PAMPHLET#7 – DESIGNER AND CRAFTSMAN TO DEFEND THE CULTURAL IDENTITY

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Talking about crafts it might be difficult for a designer: designers always try to deep understand processing and used materials, but since we are not the real “makers of artifacts,” we can not learn the “secrets” that allow an object to be called “done in a workmanlike manner.”
The real difference between artisans and designers is almost a loss of a conscious and iterative manual skills, in favor of a more fruitful researching and strategic planning on products.
Designers also care about the story of the product, while the artisan is just interested in seeing it finished and well working.
A designer is a skilled observer on customs and needs of our society, while, often, the artisan has not such a great interest into evolving his product because he trusts his large and consolidated operating rules that provide a valuable and safe result (although anachronistic).
A designer is just a piece of the product’s development chain. A craftsman instead is the whole chain, maybe a small one, but a full one, able to follow the object, starting from the concept, up to its making and sale.
So why these two figures, being at the opposite side, should join? Where is their benefit? And where are benefints for the products or consumers?

Certainly a designer, will face more unknowns working with a craftsman then with a company. A company’s skill is easily measured by its organization, the quality the used equipments, its public image or reputation.
The automation allows to have a never changing quality standard of products throughout the all production. Changing company but keeping the same skills means you’ll almost get a satisfactory product.
Each artisan, even if having the same tools and experience of his colleagues, will provide an always different outcome, moreover within his own production too.
There are in fact more and less talented craftsmen, more or less rapid, more or less enthusiastic about the project or condescending. We must also consider factors such as fatigue, mood, character that will be reflected on items. Next, as regards the “numbers” and “distribution”, a craftsman production is smallest then a company, with higher cost (and therefore prices), and has mainly a local commercial strenght.

So we can not talk about real benefits in the union of craftsmanship and design, but we can certnely talk about possibilities, because each cooperation is a way to compete with new instances, new projects, new markets, but moreover, rather than gain, this collaboration is a “moral” need.

Every day we walk between the objects. Each one is created from archetypes, made by hands and utensils at first, then by advanced serial production with molds and automations. Almost everything we know today,… was once made by hand…utensils, furniture, jewelry, accessories.
Helping design and craftsmanship to coexist again is a bit like helping two old friends to meet again, after living their own lives and let them telling everything that happened during their leave. The meeting helps to reconnect this two worlds, giving dignity and prestige back to the craftsmanship, renewing the styles and “secrets” of the old masters, implementing new functions into old objects and letting contemporary design to return to a most sincere production. The limit of this experience could be an anachronistic and perhaps a no longer conforming to commercial standards production. But a craft production revival means not only to direct the effort to recover a mere art, but above all to defend our culture, our traditions,or identities of our places too: a mix of houses, shops, stores , public spaces, which are likely to be deprived of a key component for daily life we are used to know.
Reviving the craft production also means the efforts for a “sustainable” dimension of our living, using local resources in each country.
These were our goals in taking part to “Glocal Handmade” because we strongly believed the importance of new collaboration between designers and craftsmen, as an interdisciplinary, intergenerational, and maybe upstream partnership.

(pamphlet published on Glocal Handmade catalog)

 

Parlare di artigianato è difficile per un designer: noi progettisti tentiamo sempre di capire a fondo i metodi di lavorazione e le materie prime utilizzate, ma, non essendo noi i veri “costruttori di artefatti”, non riusciamo a carpire i “segreti” che permettono all’oggetto di poter sublimare per poter essere definito “fatto a regola d’arte”.
In effetti ciò che distingue il designer dall’artigiano è la perdita quasi totale di manualità, consapevole ed iterativa, a favore di una più spinta e feconda applicazione progettuale e strategica sul prodotto: Il designer cura in modo maniacale anche il racconto del proprio prodotto mentre all’artigiano interessa fondamentalmente solo vederlo finito e ben funzionante.
Il designer è un abile osservatore della società, dei suoi costumi e delle sue necessità mentre spesso l’artigiano non ha grande interesse a far evolvere il proprio prodotto perché confida in un vocabolario operativo ampio e consolidato che garantisce un pregevole e sicuro risultato (anche se a volte anacronistico).
Il designer non è altro che una parte di una grande catena che sviluppa un prodotto. L’artigiano invece è un’intera catena, di piccolissime dimensioni, ma completa, capace di gestire integralmente l’oggetto, dall’idea (il concept) alla realizzazione, fino alla vendita. Perché allora queste due figure poste agli antipodi della concezione produttiva dovrebbero unire le forze? Che vantaggi ci sarebbero per loro? E per il consumatore finale o per la qualità stessa dell’oggetto?

Certamente per un designer, la collaborazione con un laboratorio artigianale potrebbe porre più incognite di quante ne avrebbe con un’azienda industriale. L’abilità di un’azienda infatti è facilmente misurabile in base alla sua organizzazione, alla qualità dei macchinari utilizzati durante il processo produttivo, alle sua immagine e reputazione. L’automazione permette di avere uno standard qualitativo di prodotto verificabile e omogeneo in tutta la produzione. A parità di questi elementi anche cambiando azienda il risultato sarà quasi sempre un prodotto soddisfacente. Ogni artigiano invece anche avendo gli stessi strumenti dei suoi colleghi ed i medesimi anni di attività, e quindi di esperienza, offrirà un risultato sempre diverso sia rispetto ad altri laboratori artigianali che all’interno della sua stessa produzione. Esistono infatti artigiani più e meno talentuosi; artigiani più o meno rapidi; più o meno accondiscendenti o entusiasti del progetto. Bisogna poi considerare fattori come stanchezza, umore, carattere che si riflettono inevitabilmente e costantemente sulla produzione determinando oscillazioni anche evidenti nella fattura degli oggetti. Per quanto poi riguarda “numeri” e “distribuzione” l’artigiano produce meno, a costi (e quindi a prezzi) più alti, e ha un raggio d’azione commerciale prevalentemente locale.

Non possiamo certo parlare di veri e propri vantaggi nella connubio artigianato e design. Possiamo invece parlare di possibilità, perché ogni collaborazione, a prescindere, è un modo per misurarsi con nuove istanze, nuovi progetti, nuovi mercati, ma il punto è che forse, più che guardare a un ipotetico guadagno, bisognerebbe capire che questa collaborazione è necessaria da un punto di vista “morale”.

Tutti i giorni passeggiamo tra gli oggetti. Ciascuno di essi viene da archetipi creati nella storia, costruiti prima con mani e utensili, poi evoluti alla produzione seriale dello stampo e dell’automazione. Quasi tutto quello che oggi conosciamo è stato prima costruito artigianalmente…utensili, arredi, gioielli, accessori. Far tornare a coesistere design e artigianato è un po’ come far rincontrare due amici di vecchia data che, dopo aver vissuto una propria vita si trovano a raccontarsi tutto quello che è successo durante il periodo di lontananza. Questo incontro serve a riavvicinare i due mondi ridando dignità e prestigio alle lavorazioni artigianali attualizzandone i “segreti” dei vecchi maestri, rinnovando gli stilemi, implementando gli usi degli oggetti e facendo rientrare il design contemporaneo nell’ottica di una produzione più sincera ed a misura d’uomo. Il limite di quest’esperienza potrebbe essere una produzione anacronistica e magari non più conforme agli standard commerciali che il mercato ci impone su determinati articoli. Ma rilanciare la produzione artigianale al giorno d’oggi significa indirizzare lo sforzo non solo ad un mero recupero artistico, ma soprattutto alla difesa della nostra cultura, della nostra tradizione, ma anche dell’identità dei luoghi: un mix di case, botteghe, negozi, spazi pubblici, che rischiano di essere privati di una componente fondamentale per lo svolgersi della vita che siamo abituati a veder scorrere davanti ai nostri occhi. Rilanciare la produzione artigianale significa anche finalizzare gli sforzi ad un recupero di una dimensione “sostenibile” che utilizzi le risorse locali di ogni paese per venire incontro a quello che è il vero dilemma del nostro periodo storico, cioè l’esaurimento delle risorse. Questi per noi sono stati gli obiettivi all’interno del workshop “Glocal Handmade” , seminario in cui zo-loft ha creduto fortemente perché cosciente dell’importanza del sodalizio tra progettisti e artigiani , un sodalizio interdisciplinare, Intergenerazionale, e forse anche un po’ controcorrente.

(pamphlet pubblicato su Glocal Handmade catalog)

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