PAMPHLET#5 – Città nomade

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“Progettare una città per un popolo nomade che nega la città è un controsenso: New Babylon è questo controsenso […]” (Constant Nieuwenhuys).
New Babylon è una pietra angolare della nuova concezione della città, del nuovo modo di vivere, della possibilità di progettare l’improgettato, lo spazio di risulta, quello del passaggio, quello spurio da caratteristiche, e dalla frequentazione varia, incostante, quello dall’uso mutevole, a volte accogliente, altre desolato, dove l’unica variabile conformativa è l’ UOMO.
Lo “spazio dell’andare” è architettura non meno di quello “dello stare” anzi, i due si fondono oggi più di ieri nella nuova visione architettonica tempo-spaziale.
Per quanto il fenomeno del vivere in movimento sia indissolubilmente legato alla specie umana (l’umanità nasce nomade per poi divenire stanziale…), l’intuizione del nuovo spazio , soprattutto dell’UOMO che vive lo spazio, viene palesata solo dalla metà dell’ottocento nell’arte di Edouard Manet nell’opera “le buveur d’absinthe” che ritrae il FLANEUR, un uomo “qualunque, ma non dozzinale, in un’assenza data dalla mancanza dello sguardo e da una sottile banalità”(Viviana Gravano), il protagonista della vita moderna, che perde volutamente se stesso nella metropoli .
Dall’arte alla teoria, alla concettualizzazione di NUOVE CITTA’ descritte da mappe dai riferimenti relativi (a colui che traccia e vive il percorso), fatte di isole alla deriva nel susseguirsi delle percezioni umane (la psicogeografia situazionista), finalmente la ricerca sul nuovo spazio (e sui nuovi modi di viverlo…) approda al progetto, alla fisicità degli elementi costitutivi della città e dell’edificio: nasce il concetto di OPEN BUILDING (…) , un telaio attrezzato a cui camere e spazi potevano essere aggiunti in maniera direttamente dipendente all’esperienza ed alla pratica a cui erano sottoposti; l’ambiente costruito è frutto di distinti livelli di complessità che vanno dalla città alla stanza, dall’interno all’esterno dell’edificio, collegati tra loro. Il concetto viene ulteriormente ampliato da Cedric Price che progetta una vera e propria RETE APERTA di funzioni e servizi, la Potteries Thinkbelt: migliaia di binari ferroviari per creare un’università flessibile e mobile per 20mila studenti collegando stabilimenti industriali dimessi dislocati nel North Staffordshire. Apparecchiature e spazi accessori sono unità mobili che viaggiano da un punto all’altro della rete a seconda delle esigenze della didattica.
Dalla rete si arriva alla NEBULOSA: un arcipelago di funzioni che seguono persone ed eventi, che appaiono e scompaiono; spazio e tempo, protagonisti all’unisono, raccontano il crescere di una città e la sua progressiva disgregazione dopo aver dato luogo ad una moltitudine di situazioni ed ospitato folle di abitanti: l’estremizzazione del nomadismo, il tutto e il niente, un paesaggio in movimento. Esempi di questo fenomeno aggregativo sono il Parasite Paradise, tra il centro di Utrecht ed uno dei quartieri ai margini della città, ed il Burning Man Festival, nel Black Rock Desert in Nevada, entrambi “modelli” di città ad orologeria che fanno della temporaneità e della mobilità delle caratteristiche genetiche del tessuto urbano: la città diventa performance…
Probabilmente la città nomade ha bisogno di tempo per riuscire a rientrare nella nostra coscienza ormai stanziale. I suoi meccanismi tuttavia possono se non altro aiutarci nel quotidiano adattamento ad una vita e ad un contesto che oggi, come i migliori live show, riservano davvero molte sorprese.

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