PAMPHLET#4 – Architettura e “pensiero debole”

  • Facebook
  • Twitter
  • Tumblr

 Architecture and tenuous thought.

“… And when Vitruvius got out of the time machine he realized that the world did not need his certainties, but would gladly took advantage of a few new tricks to make sense of the chaos …”.
Perhaps this could be the incipit of a talk on what is actually the profound crisis of the ordering principles of architecture. The complexity of cultural, social, functional and symbolic needs asks our buildings to substantially evolve from the ancient firmitas, utilitas and venustas. These three words maybe well define old models of society surely less dynamics then a contemporary one, assuming a total subjection of the citizen / resident into the system. While the system today is trying to get closer to citizen, to customize depending on the individual or community needs, leave the freedom to create functions, routes and activities into spaces.
Architecture is not anymore a container but a content, not a limitation of space made by walls or physical boundaries, but a space of ideas and attendance free of constraints, where functional programs are created to be implemented by the imagination of the users and objects and spaces can change their meanings by usage and the time to turn into live urban performances.
In this new context ” tenuous thought” projects live. They are micro-tecture: small architecture able to provide new identities to empty spaces or transforming established realities.
These objects not meant to be large containers, but to influences the interaction between users and spaces, creating new urban systems: lighting effects, transparencies, compromises between public and private spaces, resignification of gestures and places, new services.
Temporariness, flexibility, modularity become the terms of this parallel paradigm working behind the scenes, away from the spectacle and form, humble and voted to an intelligent operation, made with limited expenses and low technology, frequently driven from basic principles combined with brilliant insights.

(pamphlet published on Solfa Magazine #01)

Architettura e pensiero debole.

“…E quando Vitruvio uscì dalla macchina del tempo capì che il mondo non aveva più bisogno solo delle sue certezze, ma avrebbe volentieri approfittato di qualche nuovo escamotage per tentare di dare un senso a quel marasma…” .
Forse qualcuno avrebbe raccontato così quello che oggi è la profonda crisi dei principi ordinatori dell’architettura. Le complessità culturali, sociali, funzionali e simboliche chiedono ai nostri edifici un’evoluzione sostanziale rispetto agli antichi canoni/categorie di firmitas, utilitas e venustas. Queste definiscono tipologie cristallizzate nel tempo per modelli di società meno dinamiche di quella contemporanea, presupponendo un totale assoggettamento del cittadino/abitante al sistema. Un sistema che oggi sta tentando di avvicinarsi all’utente, di customizzarsi a seconda delle esigenze del singolo e della collettività, di non condizionare in maniera coercitiva la fruizione degli spazi, ma lasciare la libertà di creare funzioni, percorsi e attività.
L’architettura è percepita non come contenitore ma come contenuto, non come limitazione spaziale di pareti o confini fisici, ma come spazio delle idee e della frequentazione libera da vincoli, dove i programmi funzionali nascono per essere implementati dalla fantasia degli utenti e gli oggetti vengono risignificati dall’uso e dal tempo per trasformarsi in vere e proprie performances.
È in questo nuovo contesto che vivono i progetti del “pensiero debole”, architetture pulviscolari capaci di trasformare l’assenza d’identità, come un vuoto funzionale o realtà già consolidate e caratterizzate, in luoghi delle potenzialità. Questi oggetti non pretendono di costituire i grandi contenitori, ma influenzano l’interazione tra intenti e spazio, costituendo nuovi sistemi urbani: giochi di luce, di trasparenze, di compromessi tra spazialità pubbliche e private, risignificazioni di gesti e di luoghi, nuove attrezzatture e servizi.
Ecco allora che temporaneaità, flessibilità, modularità e trasformabilità diventano i termini di questo paradigma parallelo che lavora dietro le quinte, lontano dalla spettacolarizzazione e dalla forma, umile e dedito a un’intelligente operatività attuata con spese limitate e tecnologie semplici e immediate, guidata spesso da principi elementari combinati da intuizioni geniali.

(pamphlet pubblicato su Solfa Magazine #01)

Lascia un Commento